Giancarlo Fabbi,

GIANCARLO FABBI, IMMAGINE PER IMMAGINE

  • Dates19/12/2016 - 31/12/2016
  • CuratorsFrancesca Interlenghi
  • Gallery ( , , )

WELCOME DUMMIES

I TELL YOU A STORY

Scritto da Francesca

Lo sguardo spazia, come senza confini, e si sofferma sul visibile. Come se il momento esplorativo aspirasse ad ampliare sempre il proprio limitato orizzonte, invitandolo a una visione circolare, a indagare il buio e la luce, gli spazi pieni e gli spazi vuoti, le forme e i territori appannaggio di frammenti silenziosi.Nato e cresciuto in un contesto famigliare da sempre legato al mondo dell’arte, Giancarlo Fabbi inizia da giovane, ai tempi dell’università, a seguire il padre impegnato nella realizzazione della sua importante collezione di arte figurativa moderna.

“Contemporaneamente però, e da autodidatta, inizio a fare anche degli scatti, senza alcuna preparazione tecnica, con la sola fortuna di poter seguire al Dams di Bologna i corsi di fotografia di Italo Zannier. E’ sempre stato un bisogno, fin da allora, quello di fotografare. Una necessità mi vien da dire. Perciò alla domanda: perché fai fotografie? Io rispondo senza indugio: perché non ne posso fare a meno.”

Una passione che cresce nel tempo e che affianca il costante impegno nell’arte sia in qualità di rappresentante per l’Italia della casa d’aste tedesca Ketterer Kunst di Monaco sia come titolare della propria galleria fotografica nella nativa Modena.

“L’anno scorso, prossimo a compiere 60 anni, ho incontrato ad Arles un bravissimo fotografo belga, Stephan G. Schollaert. Un uomo di 87 anni, fino a 60 primario di Radiologia presso l’ospedale di Bruxelles, il quale, appena andato in pensione, ha deciso di fare della sua passione, la fotografia, una professione. Ecco, in questi 27 anni non solo ha fatto una serie di mostre in tutta Europa ma è pure diventato famoso. E’ stato proprio lui a convincermi che non c’è un’età per diventare fotografi. Questo incontro è stata la molla che mi ha fatto prendere la decisione di chiudere la mia galleria e di dedicarmi completamente alla fotografia, cioè a me stesso, perché era un bisogno che stava diventando sempre più crescente. Ho iniziato in maniera molto timida a mostrare le mie foto, a confrontarmi con il pubblico, e ora non faccio altro che il fotografo.”

La fotografia investe la dimensione dell’esperienza, si applica al mondo empirico in tutta la sua mutevolezza. Migra dalla dimensione dell’artificio alla dimensione della realtà intesa come spazio di opinione perché realtà filtrata dallo sguardo di colui che fotografa. Gli oggetti, i corpi, le città, seppur inseriti nella struttura del divenire, trovano nella fotografia una sintassi unitaria. Perché la fotografia nasce prima, nasce nella testa, quando l’idea si fa pensiero e poi itinerario visivo che ha bisogno di nutrirsi di realtà.

“Ho ripreso le apparecchiature che usavo quando ho cominciato, ho ricomprato una vecchia Rollei,  per esempio, e lavoro quasi esclusivamente in analogico. Lo prediligo, se vuoi anche per una ragione di carattere generazionale, ma anche perché quello che si fa con la macchina fotografica analogica è una immagine che nasce e muore nel momento stesso in cui si preme il pulsante di scatto. La fotografia digitale invece per me non è fotografia, è arte visiva, è una cosa diversa. La fotografia, diceva Cartier-Bresson, nasce nel momento stesso in cui la mente, l’occhio e l’anima sono sulla stessa linea. Per me la foto nasce e muore in quel momento lì.”

Una spontaneità felice perché consapevole del pericolo di annientamento che la fotografia e la sua tecnica implicano. Un segno immediato.

“Non sono un fotografo di reportage, né di moda, né di nudi. Fotografo quello che sento, quello che mi dà emozione, ci deve essere qualcosa che da dentro mi dice vai e scatta.”

Un volto, una immagine rubata per strada che diventa provocazione in-volontaria di donna. Silenzi riempiti solo dal vuoto, la presenza come inghiottita dall’orlo delle cose. Nature morte costruite intorno agli oggetti lasciati dal maestro Morandi: un pennello, un tubetto di colore, un bollino da incisione. Il corpo nudo, anche quello delle donne senza volto della Bibbia, come esperienza sulla luce e sulle forme e sulla loro intersezione. Le città, gli edifici e le soste umane. E una crepa sul muro, una fessura, un varco, una tregua da cui entrano bagliori di bianco e di nero perché è l’oscuro che permette l’affiorare del luminoso.

“Il colore? C’è solo la natura che riesce a metterlo in ordine, solo lei che non sbaglia mai quando mette insieme i colori. L’uomo no, l’uomo sbaglia. Perciò per me fare una fotografia in bianco e nero significa essere molto più libero, significa cancellare tutti gli errori cromatici possibili. Il mio bagaglio culturale è poi molto influenzato dalla pittura del grande Giorgio Morandi il cui mentore Cézanne diceva che in natura non esistono i colori ma solo la luce e le ombre. Questa è forse anche la ragione per cui io non amo, anzi evito, l’utilizzo della luce artificiale nella grande maggioranza dei casi. Lavoro quasi esclusivamente con luce naturale perché significa comunque dare realtà a quello che si fa. In una pubblicazione ho usato la definizione “out of the puzzle”, nel senso che per me la fotografia è catturare con l’immagine quel frammento piccolo della realtà e appropriarsene. Come fosse il piccolo pezzo di un puzzle però di senso compiuto anche al di fuori del puzzle stesso.” 

Alcune cose sono semplicemente possibili, perché si generano e si corrompono, e di conseguenza possono essere o non essere. Altre invece sono necessarie, hanno cioè in esse la causa stessa della loro necessità. Come quando la sera volge a cauta luce. Come quando per le strade si stringono le ore. Come quando la sabbia e il mare grigi davanti a noi si trasformano in righi di matita e di pioggia. Come quando bisogna fotografare.

 

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